29 Giugno Giornata Mondiale della Sclerosi Sistemica

Associazione Nazionale di Pazienti e Famigliari,
Volontariato e Solidarietà Famigliare.

Lorenza Mazzetti. La rivoluzionaria. L’arrabbiata. La bambina ferita.

A Lorenza nasce a Roma nel 1927. E non nasce sotto una buona stella. La mamma muore di parto dandola alla luce e il padre si trova costretto ad affidare lei e la sua gemella alla sorella, moglie di Robert Einstein (cugino del più noto Albert). E la storia potrebbe finire qui. Con un bel “e vissero tutti felici e contenti”. Non andò così. Arrivò la Grande Guerra e ai nazisti quel cognome così importante, Einstein, piaceva molto poco. E così un giorno e senza troppe storie la famiglia affidataria di Lorenza viene sterminata. Zia Cesarina si becca le armi tedesche. Zio Robert, sconvolto, si suicida. Lorenza e la sorellina Paola si salvano solo perché non hanno quel cognome così inviso ai nazisti. Si chiamano Mazzetti. Ed è chiaro che una ferita così grande è destinata a sanguinare per tutta la vita. Ma Lorenza Mazzetti, proprio per quella ferita, diventa ogni giorno più forte. Negli anni ’50 si trasferisce a Londra e, lavorando come cameriera, si mantiene alla famosa Slade School of Art. È una ribelle totale. Riluttante a ogni convenzione. Realizza due film: K. e Together. Due film che aprono le porte a un nuovo movimento culturale: il Free Cinema (a cui, successivamente aderiranno nomi del calibro di Ken Russel, Ken Loach, Richard Burton, Vanessa Redgrave e Dirk Bogarde). Il cinema di Lorenza, il Free Cinema, deve parlare di libertà, dell’importanza dell’individuo e della quotidianità. Magari in modo imperfetto, crudo e irriverente. Una vera rivoluzione per un’arte che non si è ancora del tutto liberata dalle suggestioni borghesi dell’intrattenimento leggero. Il cinema di Lorenza Mazzetti è pieno di rabbia, ma è una “rabbia bambina”. E ha un successo clamoroso, visto che il suo Together vince un Palmares a Cannes. Lorenza dopo aver ritirato il premio si concede una vacanza in Toscana. E poi torna a Roma. Dove quella brutta ferita è ancora viva e pulsante. Chiude la porta in faccia al cinema e a Londra. Lo dice lei stessa: “non sono una regista, ho fatto dei film”. In Italia comincia a scrivere. Scrive la sua storia, che diventa un libro che si chiama “Il cielo cade”. Vince il premio Viareggio. Ha trovato la sua strada? “Non sono una scrittrice, ho scritto dei libri”. Ma allora quale è la missione di Lorenza? Difficile a dirsi. È pittrice, burattinaia, drammaturga per bambini e anche giornalista d’impegno politico e sociale. Tiene una rubrica su “Vie Nuove” in cui chiede ai lettori (per lo più operai) di raccontarle i propri sogni, che poi lei interpreta insieme a uno psicanalista Junghiano. Ma introdurre il concetto di inconscio nel mondo operaio, nonostante gli anni rivoluzionari, è decisamente troppo audace e poco allineato anche per un giornale di sinistra e ancor di più per la RAI. Lorenza è in trattativa per una collaborazione. Che salta. Pazienza. Lei continua a scrivere, dipingere e ad animare i suoi amati burattini. Senza essere scrittrice, pittrice o chicchessia. Lei è solo Lorenza. La rivoluzionaria. L’arrabbiata. La bambina ferita. Anche oggi, che ha 90 anni, e gira per le scuole a presentare il film tratto da “Il cielo cade”. Che racconta la strage della famiglia Einstein e di quella bambina che è sopravvissuta all’orrore dell’olocausto. E se lei non può dimenticare, ha deciso di dedicarsi con tutta la tenacia e la rabbia di cui è capace a ricordarci che anche noi non possiamo e non dobbiamo dimenticare quella grande ferita che non è solo sua. È dell’umanità intera.

Pier Lodigiani

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