29 Giugno Giornata Mondiale della Sclerosi Sistemica

Associazione Nazionale di Pazienti e Famigliari,
Volontariato e Solidarietà Famigliare.

Intervista alla dott.ssa Emanuela Canton psicoterapeuta e danzamovimentoterapeuta

Dott.ssa Emanuela Canton psicoterapeuta ad indirizzo gestaltico-analitico, danzamovimentoterapeuta ad orientamento simbolico – antropologico ha risposto a qualche domanda per noi:

1) Secondo lei, un paziente che si trova ad affrontare una malattia come la sclerosi sistemica, dove il corpo è messo a dura prova, dove anche le caratteristiche fisiche, a volte mutano, potrebbe trovare beneficio dagli incontri di gruppo di danzamovimentoterapia? 
Fin dai miei primi studi antropologici, mi sono interessata alla dimensione della malattia, e a quegli approcci che tendono a umanizzare il rapporto medico-paziente restituendo a quest’ultimo dignità e protagonismo nella propria vita: si tratta di tematiche a me care. Partiamo dalla consapevolezza che la malattia costituisce una cesura drammatica nel percorso di vita delle persone che ne sono affette, e può divenire allo stesso tempo un’occasione dura ma preziosa di crescita sul piano personale. Le malattie croniche, poi, presentano una sfida molto significativa. Tutti i passaggi – dal percorso diagnostico, a quello terapeutico, caratterizzato da cure mediche più o meno invasive- alla fase riabilitativa – sono solitamente caratterizzati da ulteriore aggravio in termini di stress ed ansia, che vanno ad aggiungersi alle vite di tutti i giorni già “congestionate” da ritmi e pressioni plurimi. Un laboratorio di danza movimento, adeguatamente inserito in un programma complessivo, in un progetto terapeutico ad opera se possibile di un’équipe multidisciplinare, può costituire per i pazienti (persone affette da questa malattia), un’occasione preziosa per ricavare uno spazio interamente per sé, terapeutico nel senso di therapeia, prendersi cura, in cui si possano esprimere nella loro interezza di persone. In esso, infatti, tutte le dimensioni sono messe in campo: da quella corporea, a quella emotiva, immaginativa, cognitiva, ed, eventualmente, spirituale nell’accezione di una ricerca di senso e significato nella vita. Il laboratorio, dunque, è in grado di fornire innanzitutto uno spazio protetto di ascolto di sé e confronto reciproco all’interno di un piccolo gruppo, a partire da un graduale e rispettoso ricontattare la propria corporeità, facendo i conti con modificazioni in corso, nell’ottica di fondo di un miglioramento della qualità della vita. Un altro aspetto fondamentale è il rinforzo della RESILIENZA, definibile come la capacità di un individuo di superare circostanze difficili della propria vita. La resilienza è un processo che si può sviluppare attraverso l’accompagnamento di una buona orchestra di fattori. Sviluppare la propria e altrui resilienza fa parte di un processo creativo personale che va allenato con impegno e dedizione ma anche nutrito.

2) Che percorso terapeutico potrebbe consigliare?
Il percorso terapeutico dovrebbe prevedere un intervento multimodale, che veda la compresenza e la sinergia tra diverse figure professionali, in dialogo tra loro. Si potrebbero pianificare degli incontri individuali, magari nella fase iniziale, dando in ogni caso molto spazio a quelli di gruppo. Quest’ultimo, infatti, è fondamentale: assolve molteplici funzioni, tra cui quella di contenitore dell’esperienza, in grado di facilitare l’acquisizione di esperienze sociali, agevolare il potenziamento della creatività, amplificare gli apprendimenti, favorire il rafforzamento del senso di appartenenza. Nel lavoro di danzamovimentoterapia, il/la conduttore/conduttrice e qualche volta il gruppo fungono da SPECCHIO del soggetto, creando una sorta di comunicazione circolare che gli restituisce un’immagine più strutturata e ampliata, con conseguente miglioramento dei processi di autostima. Tra le FINALITA’ che il percorso potrebbe avere vi sono le seguenti: favorire una sana e amorevole accettazione dei propri cambiamenti corporei; ampliare il repertorio di movimento e recuperare il piacere funzionale del corpo; agevolare una buona modulazione delle proprie energie psicofisiche; favorire il contatto, l’espressione costruttiva e la canalizzazione delle proprie emozioni; dotare le/i pazienti di semplici strumenti che infondano calma, serenità, energia, coraggio; agevolare l’accettazione del limite e l’apertura a nuove prospettive nella consapevolezza del cambiamento; stimolare l’emersione di risorse personali sopite attraverso la creatività e l’esplorazione dei linguaggi espressivi: da quello del movimento, quello sonoro musicale, grafico-cromatico; stimolare le capacità introspettive; favorire la riattivazione della dimensione del desiderio, la messa a fuoco di valori, interessi, ideali; migliorare la coscienza e la stima di sé e l’autonomia personale; sviluppare comportamenti più flessibili. Per quanto riguarda la METODOLOGIA, il percorso si potrebbe avvalere di metodiche mutuate dalle artiterapie integrate, con particolare riferimento alla danzamovimentoterapia, ma anche di tecniche di rilassamento immaginativo, esercizi psicofisici per un riequilibrio energetico. Significativa, poi, è l’Integrazione dell’esperienza attraverso l’espressione grafico-pittorica e la scrittura creativa, prima della condivisione verbale rispetto ai vissuti emersi.

3) Può raccontarci un aneddoto, qualcosa che lei ha vissuto durante i suoi incontri con pazienti, che possa essere di esempio e di aiuto per tutti noi?
Diverse le esperienze e gli aneddoti che affiorano. Ricordo ad esempio una donna che aveva vissuto per anni all’ombra, in un matrimonio insoddisfacente; per lei la metafora dell’arciera, che scocca le frecce nella direzione del bersaglio è stato molto significativa. Avevamo lavorato nel gruppo sull’archetipo della dea Artemide, e questa donna non era in grado di sentirne appieno la gestualità; c’è stato un lavoro lungo affinché lei abbia potuto sentire, vivere nel corpo e trasporre nella vita di ogni giorno la possibilità di darsi degli obiettivi e perseguirli in modo assertivo. Sempre al femminile, è di qualche anno fa un’intensa esperienza con un gruppo della consulta delle donne: donne che avevano alle spalle trascorsi di violenza e divenute a loro volta “operatrici”. Nel caso di un uomo, invece, all’interno di un gruppo per la crescita personale, il percorso ha fatto emergere un sentimento radicato di sfiducia e di svalutazione nel genere maschile, ed è stato per lui molto significativo farvi i conti e integrare e dare valore alla sua identità maschile.
E’ di prossimo inizio un percorso di Danzamovimentoterapia e tecniche corporee espressive integrate in ambito ospedaliero da me ideato e in coordinamento con un’oncologa, rivolto a donne che hanno affrontato il tumore al seno o tuttora in cura. Voglio ricordare che vi sono diverse ricerche e studi scientifici, all’estero ma anche in Italia, volti a rilevare effetti e benefici della danza terapia in ambio medico, in oncologia ma non solo, anche ad esempio nel caso di malattie degenerative o croniche. Uno dei messaggi più forti che attraverso il lavoro che svolgo intendo far passare è l’importanza di coltivare una fiducia di fondo verso il flusso della vita. In questo senso il mondo immaginativo, fatto di simboli, e i linguaggi artistici, portatori di bellezza, sono un aiuto prezioso anche in situazioni molto difficili.

Dott.ssa Canton vorrei una frase o un suggerimento per chiudere l’articolo che possa dare speranza a tutte le persone che stanno vivendo un dramma come la Sclerosi Sistemica e per far capire che farsi aiutare non è mai una cosa sbagliata…

Chiedere un aiuto, un accompagnamento, ha a che vedere con il riconoscimento della nostra parte vulnerabile: questa è l’espressione della vera forza, la forza interiore! Inoltre uno degli scopi principali dei percorsi terapeutici, è quello di indurre, stimolare e sollecitare quell’istanza interna di autocura che potremmo definire come “il guaritore interno”, presente in ciascuno di noi.

Simona Salta

Share Button