29 Giugno Giornata Mondiale della Sclerosi Sistemica

Associazione Nazionale di Pazienti e Famigliari,
Volontariato e Solidarietà Famigliare.

Teatroterapia e cura del sè

Arteterapia: Intervista alla Dott.sa  Gabriella Tambone psicologa, psicoterapeuta della Gestalt e conduttrice di gruppi a mediazione artistica attraverso il linguaggio teatrale.

Dottoressa Tambone, quando si parla di teatro, difficilmente si pensa di associarlo ad un tipo di terapia di supporto e cura del sé.

  1. Si potrebbe definire Teatroterapia un percorso di crescita personale che si avvale di tecniche mutuate dal teatro e messe al servizio di partecipanti che desiderino potenziare la propria autostima e sviluppare le proprie capacita personali?

Si è una definizione corretta. Nell’attività a mediazione artistica, in particolare con il linguaggio teatrale, si parte sempre dal gioco, dal  corpo e dalla relazione per abbattere la corazza difensiva ed allenare la  creatività , la spontaneità e la capacità di stare nel “qui ed ora”.

Affinché ciò accada il conduttore deve creare le condizioni opportune per ogni partecipante dandogli la possibilità  di esprimersi al meglio indipendentemente dalle difficoltà fisiche o emotive che costituiscono le barriere personali. Solo in questo  modo il gruppo di teatro terapia diventa uno spazio di trasformazione e rigenerazione, un’esperienza collettiva che provoca un cambiamento significativo dentro ciascun partecipante.

  1. Con il teatro l’individuo si mette in gioco, si emoziona e, in qualche modo “entra” nel corpo di qualcun altro o almeno ci prova. In che modo la teatro terapia può essere di aiuto nelle terapie di sostegno e di riabilitazione?

Quando ci troviamo di fronte ad un’utenza che per un motivo o per un altro vive una limitazione fisica, sia oggettiva che emotiva, ci  troviamo di fronte ad un campo estremamente delicato in quanto la malattia o la disabilità in genere porta i soggetti ad identificarsi completamente con il sintomo o con il limite.  Il proprio corpo viene osservato e giudicato sulla base di questo limite, non si è più liberi di percepirsi al di là della propria patologia. Se già normalmente  tutti noi siamo intrappolati in “personaggi” rigidi, come Pirandello ci ha sottolineato con grande maestria,  immaginiamo quanto sia ancora più forte il rischio di  sentirsi incastrati in un ruolo per chi ha una malattia. 

Nella teatro terapia si parte sempre dal corpo, anche quando è esattamente questo il terreno più complesso o compromesso per la persona. Il teatro è Azione per eccellenza e non può prescindere da un movimento. Il lavoro che si fa nella riabilitazione è partire proprio dal limite ed accompagnare i partecipanti a scoprire piccoli gradi di libertà  proprio dove sentiamo solo il  deficit.  Il lavoro da fare, minuzioso  e paziente, è quello di aiutare gli “attori” a spogliarsi di quella etichetta, a spostare lo sguardo dalla mancanza, aiutandoli ad osservare, attraverso l’esperienza e l’azione, tutto il resto del corpo che ancora può agire liberamente.

Questo è uno degli aspetti principali. Il secondo obiettivo fondamentale è la possibilità di appoggiarsi al gruppo, persone che condividono la stessa esperienza fungono da specchio gli uni per gli altri, ciò che può fare l’uno può fare anche l’altro, questo stimola e promuove un’azione che restituisce un feedback positivo. Agire direttamente ( ma anche indirettamente come le ricerche sui neuroni specchio ci insegnano) sulla scena e soprattutto avere la possibilità di fare e rifare in modi sempre diversi una stessa azione, allarga la prospettiva delle potenzialità.

Il teatro è il grande gioco del “come se” ed a prescindere dalla realtà oggettiva che si vive, tutti possiamo immaginare di essere tutto e trovare un modo alternativo per esserlo, uscendo dallo stereotipo del ruolo! Questa esperienza virtuale, ma tridimensionale ovvero che coinvolge, mente, corpo ed emozioni, offre ai partecipanti la possibilità di trattenere dentro di sé una immagine  nuova, questo attiva un segnale neuronale che inverte la rotta aumentando l’autostima e le proprie capacità personali. Il fine è permettere alle persone con disabilità  di dare voce alle proprie parti non accettate aumentando la fluidità del proprio movimento e avviando un processo di integrazione del Sé.

  1. Secondo lei, un paziente che si trova ad affrontare una malattia come la sclerosi sistemica, dove il corpo è messo a dura prova, dove anche le caratteristiche fisiche, a volte mutano, come potrebbe relazionarsi e trovare benefici seguendo sedute di teatro terapia e incontri di gruppo?

Naturalmente non possiamo non tener conto della condizione dolorosa ed invalidante di questa malattia, ma come in ogni altro contesto le arti possono darci un grande aiuto. Personalmente, come accennato in precedenza, partirei con un lavoro assolutamente di gruppo in cui i partecipanti possano sentirsi accolti e compresi  profondamente nelle proprie difficoltà perché anche gli altri le stanno vivendo.
In teatro si possono usare serie di esercizi per spostare l’attenzione sulle parti ancora libere del proprio corpo per poi ritornare ad osservare e ad accogliere le parti irrigidite, prendersene cura in modo da non dis-conoscerle come proprie parti ma allo stesso tempo senza immaginare che quella parte sia tutto il nostro corpo.
L’altro aspetto fondamentale su cui si può lavorare e che attraverso esercizi specifici si può fare in mille modi diversi è lavorare sulla relazione, sull’incontro, sull’ascolto, sull’accoglienza dell’altro. Il teatro offre tanti di quegli strumenti che è possibile adattarlo, come linguaggio, ad ogni forma di invalidità. Si può essere in relazione ed in ascolto anche in una condizione di immobilità attraverso lo sguardo per esempio, o attraverso il respiro.
Il teatro è anche immaginazione, creazione di storie, narrazioni e trame, questa è un’altra dimensione del teatro utilizzato come strumento terapeutico, ovvero offre ai partecipanti la possibilità di creare storie, di intrecciare destini per ridare forma e senso ai propri vissuti. A teatro si può urlare, contro il mondo, il destino, inventare un nemico contro cui sfogare la nostra rabbia e poi sentirci più leggeri, urlare insieme e sentire che c’è ancora un sacco di forza! Il lavoro con la teatro terapia è vario, adattabile ad ogni circostanza e soprattutto non è precostituito, non è uno spettacolo fatto da altri e messo addosso ai partecipanti, ma è una strada che si fa andando proprio come dice Machado nella sua famosa poesia
 “Viandante, sono le tue orme, il sentiero e niente più; viandante, non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando”.

Esattamente in questo spirito un conduttore di teatro terapia entra in punta di piedi in un contesto così delicato. In una prima fase di deve  accogliere,  ci si deve mettere in ascolto, delicatamente osservare, e poi piano piano offrire agli utenti lo strumento adatto, a quel momento del processo, nella modalità gestibile ed opportuna, e man mano che il lavoro va avanti si crea il cammino, il conduttore segue il gruppo e le sue esigenze ed il gruppo a sua volta segue le proposte del conduttore che conduce i partecipanti a fare scoperte su di sé, sulla propria percezione della malattia, sul proprio modo di stare in relazione con gli altri e sulla possibilità di sentirsi in grado di compiere movimenti, visibili o intimi,  nonostante il corpo sia intrappolato in una spietata rigidità.

  1. Può raccontarci un aneddoto, qualcosa che lei ha vissuto durante i suoi incontri con pazienti, che possa essere di esempio e di aiuto per tutti noi?

Me ne vengono in mente tanti ma proverò a citarne uno a cui sono legata moltissimo. Da giovane psicologa e teatrante facevo dei laboratori in una scuola elementare, in una delle classi che seguivo c’era un bambino con una grave forma di autismo. Mi era stato presentato come un caso molto complicato, l’insegnante di sostegno mi aveva detto sin dall’inizio che probabilmente non avrebbe voluto partecipare all’attività o che lo avrebbe fatto creando molta confusione. Comincio la mia attività con i bambini, Marco, (nome di fantasia) è un po’ dentro ed un po’ fuori all’inizio del percorso, man mano che andiamo  avanti con il progetto, che prevedeva anche un saggio finale, con un coro e delle canzoni che erano state scritte personalmente dal musicista che collaborava con me, vedo Marco sempre più dentro, durante le parti reciate è ipnotizzato dai compagni, ma durante i cori si attiva (un po’ sovraeccitato ) cantando tutte le canzoni a memoria meglio degli altri!

Proseguiamo così fino al saggio finale, la maestra si sostegno prepara un “apparato di sicurezza”, lei dietro le quinte, la madre di fronte a lui, prevedendo che non avrebbe retto 45 minuti di palcoscenico. Poi il miracolo! Per tutto il tempo dello spettacolo, ha rispettato tempi e spazi, alzandosi per cantare. Ma un’altra cosa che mi ha commosso, da giovane psicologa, ed è stato vedere quanto i compagni di classe, senza che fossero stati particolarmente istruiti su questo, si siano a turno presi cura di lui durante lo spettacolo accompagnandolo negli spostamenti e non lasciandolo mai allo sbaraglio. Sia l’insegnate di sostegno che i genitori di Marco si sono accorti in quella occasione che questo bambino, definito a basso funzionamento, messo in un contesto non giudicante, affettivo ed accogliente e soprattutto a contatto con la musica, aveva trovato una funzionalità mai espressa.

  1. Un  suggerimento, una frase… Qualcosa che possa dare speranza a tutti coloro che a volte si sentono soli e  non comprendono che farsi aiutare non è mai sbagliato.

Non solo chiedere aiuto non è sbagliato ma è sintomo di forza e di intelligenza emotiva. Se non ho un martello a mani nude è difficile abbattere un muro! Chiedere aiuto significa permetterci  di prendere il martello e di rompere quegli schemi nei quali siamo rinchiusi.

Simona Salta

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