Chi sono i phubber: quando lo smartphone diventa dipendenza

La dipendenza da smartphone ha finalmente un linguaggio che la descrive: la nuova parola entrata nel vocabolario (medico e non solo) è PHUBBER. Il termine Phubber nasce dalla fusione delle parole inglesi phone (telefono) e snubber (chi snobba gli altri). Se il significato letterale fa pensare a un comportamento sicuramente maleducato, il senso attuale della parola indica invece quello che è un vero e proprio comportamento patologico. Phubber è colui che non riesce a fare a meno del proprio smartphone per gran parte della giornata e sperimenta vissuti di smarrimento o comportamenti ossessivi, sempre collegati alla presenza/assenza del telefono cellulare, che possono arrivare fino a intaccare la propria vita relazionale e lavorativa. Phubber è, in altre parole, colui che soffre di dipendenza da smartphone.

L’uso eccessivo dello smartphone è un fenomeno particolarmente preoccupante nei giovani e nei giovanissimi.Nella popolazione tra gli 11 ed i 26 anni: il 33% trascorre in media 4-6 ore connesso ad internet, il 17% vi trascorre 7-10 ore, ben il 13% supera le 10 ore. Di questa stessa popolazione ben il 40% dichiara di sentire la necessità di controllare lo smartphone almeno ogni 10 minuti. Questa dipendenza produce una drastica diminuzione dell’attenzione ed un aumento della distanza relazionale, riduce la capacità di riconoscere ed esprimere emozioni e la capacità di ascoltare sé e gli altri. Il phubber si isola, è sempre connesso ma diventa incapace di relazionarsi nei modi più semplici e diretti. L’instabilità emotiva (tipica, fra l’altro, della giovane età) è una delle possibili cause che spinge verso la dipendenza da smartphone. Essere sempre raggiungibile ed in contatto con gli altri trasmette un falso senso di rassicurazione: non a caso, le persone più insicure e fragili sono sia quelle che accusano una maggiore incidenza di ansia e depressione, sia quelle che presentano più spesso anche una dipendenza da smartphone o da tecnologia più in generale. Lo smartphone oggi è coinvolto in funzioni psichiche della sfera individuale e relazionale che vanno ben oltre alla funzione comunicativa per cui è stato ideato originariamente. Influisce sulla distanza comunicativa, la gestione della solitudine e l’isolamento relazionale. Dietro allo schermo del nostro smartphone abbiamo l’illusione di poter controllare il mondo; si tratta però di un aiuto illusorio perché ci priva, invece, delle normali dinamiche relazionali. I danni della connessione continua tramite smartphone si fanno sentire su vari livelli. Da un punto di vista strettamente neurologico, infatti, uno studio presentato al Congresso Annuale della Società di Radiologia di Chicago afferma che la pervasività dell’uso dello smartphone sembra incidere sulla presenza, nel cervello, di alcuni neurotrasmettitori che favoriscono l’insorgenza di ansia e depressione soprattutto nei giovani. C’è poi un enorme problema legato all’apprendimento delle giuste modalità di relazione, particolarmente rilevante soprattutto quando si tratta di ragazzi molto giovani. Le funzioni relazionali vengono solitamente apprese nell’adolescenza tramite il contatto con gli adulti significativi ed i pari, ma se l’apprendimento è mediato prevalentemente da un telefono o da uno altro strumento tecnologico, sarà falsato o addirittura disfunzionale. Il ragazzo non riesce non impara un giusto modo di relazionarsi con gli altri e si condanna, senza rendersene conto, ad un isolamento costante anche nel futuro. L’illusione che si vive è che lo smartphone rappresenti una protezione dalla comunicazione “senza filtri”, dalle reazione emotive e dai possibili vissuti di inadeguatezza o insicurezza. Il prezzo di questa illusione è non imparare mai a gestire queste stesse sensazioni attraverso un normale processo di maturazione emotiva, e restarne travolti. La dipendenza da smartphone può colpire noi, un nostro caro, un adulto o un ragazzo. Spesso è un disagio che siamo restii a riconoscere, anche se è reale e talvolta evidente. In sintesi, quali sono i campanelli d’allarme che devono orientarci a chiedere un aiuto specialistico? Marcata attenzione allo smartphone e grande importanza attribuitagli dalla persona, disagio emotivo, ansia, modificazioni del tono dell’umore in assenza del telefono; resistenza ad allontanarsi o a spegnere il telefono; uso dello smartphone per soddisfare bisogni affettivi e relazionali; uso del telefono come mediatore di relazioni sociali che altrimenti non si riuscirebbe a sostenere; necessità di sentirsi continuamente a contatto con qualcuno; desiderio di tenere sempre sotto controllo tutte le relazioni; menzogne/giustificazioni circa l’incapacità di staccarsi dal telefono; mal di testa, mal d’orecchie o dolori al collo non giustificabili con altra causa; identificazione del proprio status e ruolo sociale attraverso lo smartphone; ritiro sociale e relazionale. Se notate uno o più di questi comportamenti in voi, nei vostri figli o nei vostri cari, non esitate. Una dipendenza da smartphone è un problema sia in sé e per sé, sia per il collegamento con ansie e insicurezze che possono sfociare anche in altri comportamenti a rischio. Dietro a un phubber possono esserci problemi relazionali che devono essere risolti quanto prima, soprattutto nei giovanissimi.

Fonte: Sabrina Onofrio in Tecnologie e gaming –  IEUD Istituto Europeo Dipendenze

 

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