…e se fosse un animale sarebbe un piranha

Ho conosciuto il dolore nelle notti fredde d’inverno, l’ho conosciuto sotto forma di ulcera, di piaga purulenta, di bordi indefiniti che di rimarginare non ne volevano sapere. Il dolore di un ulcera distale, ischemica, sclerodermica. Non è per nulla facile da descrivere.

Il dolore di un’ulcera

Se fosse un animale sarebbe un piranha e se fosse un colore sarebbe il nero più profondo e inquietante che possa esistere. Quando si ha a che fare con un’ ulcera, qualsiasi zona del corpo essa tocchi, qualsiasi estremità colpisca tutto il contesto quotidiano si rimette ad essa, si inginocchia alla sua dominante invadenza, si prostra con remissione alla sua infamia.
Tutto ciò che prima era normalità come entrare in doccia, indossare scarpe, mangiare seduti diventa complesso e sempre meno concesso. Le ore del giorno sono ardue e lente da trascorrere  ma il peggio arriva con l’imbrunire, con i colori della notte quando tutti sognano, tutti dormono coperti al calduccio, quando tutti si coccolano sotto il calore di colorati plaid. Il piranha si sveglia con i suoi denti acuminati, affamati e rosicchianti ed inizia incessante la sua ricca abbuffata.

Le ulcere spesso disturbano le mie notti

Ho conosciuto questo dolore quando ero giovanissima in quelle notti che per molte ragazze della mia età erano notti brave di divertimento. L’ho conosciuto impaurita spiazzata e in pieno sconforto. Notti lunghe, interminabili di giri intorno al tavolo di inutili passeggiate tra le mura domestiche, notti tossiche di antidolorifici dove nulla concede spazio alla calma.
Piegata sulle mie ginocchia pregando il cielo, stringendo fra le mani quel dito lacerato e sconfitto a tanto cruccio. Ricordo i miei lamenti continui come un mantra recitato, ricordo i miei movimenti scoordinati e frettolosi senza senso, movimenti dettati dall’eccessivo dolore.
“Dondola,  dondola Michela, ora passa, ora passa. Ooooooh ohhh e sono le due, e dondola ancora ragazza, sbenda la ferita, nuova crema, nuova medicazione, mmm sembra andare meglio, oddio respiro più tranquillamente ah che bello. Proverei a sdraiarmi. Lo faccio ? Ma si ci provo sono le 3.30. Distendo le mie gambe forse per stanotte avrei dato”. Con delicatezza estrema accarezzo la mia mano piccole scosse nervose mi inquietano so che è uno dei sintomi riconducibili al risveglio del dolore.

Ti prego, niente. Non riesco, batte, pulsa, il mio dito piange di nuovo e mi risiedo agitata più che mai fissando per intere mezzore il pavimento e il soffitto con lo stesso stupore di chi per la prima volta impara ad andare in bici. Quanta sofferenza… addominali contratti, respiro affannato, denti e mandibole serrate. E’ quasi l’alba. Potrei prendere un altro antidolorifico… Nessuna macchina per strada tutto tace intorno a me. A farla da padrona in uno scenario conturbante e amaro il mio dolente corpo instabile, lei la mia indifesa ferita e lui l’ aguzzino spietato ” il martellante dolore”!
Continuo imperterrita il mio cammino di Santiago domestico sono sfinita, stracca, devastata nell’animo e nel fisico. Fa freddo, vorrei riposare. Domani a lavoro ho una giornata tosta.

E’ l’alba. Sbendo di nuovo forse un po’ di lidocaina metterebbe a tacere tutto, lo so non aiuta, non andrebbe messa ma almeno ora sono in paradiso!
Domani sarà un nuovo giorno !

Michela

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