L’ospedalizzazione non basta, le politiche di reinserimento sociale restano ancora inadeguate
La buona legge è la 180 del 1978, meglio conosciuta come legge Basaglia. La legge che ha chiuso i manicomi, che ha ridato dignità e diritti alle persone che vi erano rinchiuse e che ci ha messo, sulla carta, all’avanguardia nel mondo. Quasi cinquant’anni dopo, però, la domanda non è più se l’Italia abbia fatto la scelta giusta, ma se sia stata capace di portarla fino in fondo.
Dai dati emergenti nel documento presentato alla quarta edizione delle Giornate residenziali di politica sanitaria organizzate da Laboss, nel mondo una persona su otto convive con un disturbo mentale, e chi ne soffre ha tassi di mortalità due-tre volte più alti della popolazione generale. Eppure la salute mentale resta uno dei settori più trascurati dai sistemi di welfare, perché le cure non salvano vite in modo immediatamente riconoscibile da decisori e media, l’efficacia dei trattamenti lunghi è difficile da misurare, la ricerca non produce risultati spendibili in tempi brevi. E perché colpisce soprattutto chi ha meno voce: disoccupati, persone con disabilità, donne.
In Italia questa disattenzione ha un andamento preciso. Tra il 2015 e il 2024, anni per cui sono disponibili i dati del Ministero della salute, la spesa pubblica per la salute mentale è cresciuta dell’8%, mentre quella per il Servizio sanitario nazionale del 27% e il Pil del 36%. All’interno della sanità pubblica si è quindi prodotta una lenta ma continua riduzione delle risorse destinate alla salute mentale, nonostante nello stesso periodo il numero di persone trattate ogni 10.000 abitanti sia aumentato anch’esso dell’8%.
I dati del 2024 raccontano con un’eccezione: la residenzialità. Aumentano i posti letto nelle strutture residenziali, aumentano gli utenti e soprattutto si allunga la permanenza: la durata media del trattamento arriva a 1.236 giorni, il 13% in più rispetto all’anno precedente. Salgono anche gli accessi in pronto soccorso per motivi psichiatrici (da 11,5 a 12,7 ogni 1.000 abitanti) e le riammissioni non programmate entro trenta giorni nei reparti di psichiatria (dal 10,6 al 14,3%). Segnali di un territorio che fatica a tenere. La chiusura dei manicomi ha ridato libertà e dignità alle persone e ha permesso di usare in modo più razionale le poche risorse disponibili. Ma il risparmio sull’ospedale non si è mai trasformato in investimento sul territorio.
Gli interventi non strettamente sanitari – la casa, il lavoro, le relazioni – sono stati “spacchettati” in prestazioni quantificabili, misurate solo in termini di costo. Parallelamente è cambiato il significato della partecipazione. Le cooperative sono diventate erogatori di prestazioni decise altrove, le associazioni di familiari e utenti “stakeholder” da consultare su decisioni già prese. Parole come comunità, attivazione, recovery sono diventate termini ombrello sotto cui può nascondersi di tutto, anche la dismissione dei problemi più complessi.
È fondamentale ricordare i moniti dei promotori della legge 833, non esiste un bisogno sanitario che non sia anche sociale. Separarli significa produrre disuguaglianza ed espellere dal sistema proprio chi ha i bisogni più complessi.
Approfondisce il testo integrale Salute mentale: la legge c’è, mancano i servizi | CARE Online
di Rebecca De Fiore Ott. 3, 2026



