Io guerriera? Grazie no

Ci interroghiamo sul senso di essere “guerriera” combattente contro la malattia, sulla necessità di dover dimostrare grandezza e di dover reprimere sentimenti ed emozioni, lo spunto ci viene dall’analisi della figura delle donne dei miti dell’antica Grecia.

Dalle tragedie greche, accanto alla guerra degli uomini, vi é una guerra che ha il volto di donna, di madri che sopravvivono ai figli, di mogli ridotte a bottino dei vincitori, di bambine private dell’infanzia. Gli antichi non nascondono queste ferite femminili anzi attraverso la voce dell’epica e della tragedia le custodiscono affinché diventino testimonianza, segno capace di andare oltre l’istante.

Nella dimensione simbolica della pagina letteraria e in quella inesorabile del reale, esistono poi battaglie come luoghi interiori, che si combattono persino quando il conflitto non é tangibile: spesso le eroine del teatro ateniese duellano contro se stesse o contro un nemico invisibile che orienta tragicamente il loro destino, proprio come ogni contemporanea “Penelope alla guerra”, che decide di dismettere il telaio e imbracciare le proprie armi per affrontare la lotta quotidiana, fatta anche di contese minime e antagonisti anonimi, che talvolta paiono costellare di accenti epici persino un’esistenza ordinaria.

Il conflitto oggi si fa pervasivo, fuoriuscendo dal campo di battaglia e infestando anche il linguaggio. Alla metafora bellica, in effetti, ricorrono di frequente i nuovi media, quando alludono, per esempio al discorso sulla malattia: nel grido strozzato di un dolore che sembra impronunciabile, perché di fronte ad esso ci si sente impotenti, la guerra si trasforma in un’immagine capace di penetrare fin nel fondo delle parole, rendendo la lingua uno scudo con cui tentare di difendersi dalle ingovernabili paure. Ecco perché spesso nel racconto collettivo che si regge su architetture linguistiche in grado di dissimulare la crudezza della realtà, le donne che “prendono residenza nel regno degli infermi (cfr. Susan Sontag) vengono ammantate del nome di guerriere se affrontano con coraggio la lotta contro il male che le affligge quasi fossero soldati al fronte sotto la minaccia di un invasore, salvo poi veder ridimensionato il proprio ruolo a quello di vittime in caso di sconfitta.

Definizioni, queste, in cui non tutte le pazienti si riconoscono perché non a tutte esse possono attagliarsi: da una parte ci sarà chi, aggrappandosi al suo spirito battaglierò, aderirà convintamente a questa visione del mondo, sentendo risuonare verso di sè l’universo di valori guerreschi di cui una tale prospettiva si carica; dall’altra parte ci sarà anche chi non riuscirà a riconoscersi nel ruolo di combattente e avvertirà, oltre al dolore, anche il peso del senso di colpa.

Spesso, infatti, si sottintendo in modo violento che la mancata guarigione sia diretta conseguenza di una dolosa rassegnazione o, peggio, di una resa assoluta. Non é raro invece, nel sovvertimento delle coordinate provocato dalla malattia, che la sofferenza determini un ripiegamento intimistico, un legittimo bisogno di isolamento legato alla sensazione insopprimibile di vulnerabilità: con quanta maggiore benevolenza potremmo guardare a noi stessi se riuscissimo a emanciparci dallo spettro del coraggio, dalla trappola della retorica, senza voler essere a tutti i costi di ispirazione per gli altri.

Sia concessa dunque, a chi la chiede, la libertà di ambire al silenzio delle cose lievi, alla mitezza delle vite che passano senza fragore. Risalendo al tempo della mitica guerra – quella combattuta a Troia – da cui la letteratura occidentale discende, potremmo interrogare il passato e scoprire così se le usurate definizioni di “vittime” e “guerriere” possano davvero configurarsi come categorie e se la prospettiva femminile, tradizionalmente considerata come minoritaria, non riesca invece per certi aspetti a spalancare orizzonti di universalità.

Cosa sono infatti le favole antiche se non una lente attraverso la quale osservarci e finalmente conoscerci? Ci specchieremo allora nel riflesso di Ekuba e nel suo orgoglio di regina sconfitta; ci uniremo alla danza di Cassandra principessa inascoltata che nel suo furore rovescia le leggi del mondo; ci commuoveremo al cospetto di Andromaca vedova dolente che sta per perdere molto più di quanto crede. Tre maschere che, se indossate, ci confermeranno quanta forza si annida dentro chi soccombe. Giungeranno poi al galoppo le Amazzoni, le ragazze ribelli del mito, a rivoluzionare le nostre convinzioni, seminando tracce di fragilità lungo la strada della vittoria.

Facciamo silenzio, allora, e accostiamoci con riguardo alla scena impressionante della città in fiamme e di chi é sopravvissuto.

Tratto da ” Pensare come Medea” di Bianca Sorrentino

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