Una corretta alimentazione, insieme al trattamento con inibitori della pompa protonica (come, ad esempio, omeprazolo, pantoprazolo ed esomeprazolo), aiuta a ridurre la produzione di acido nello stomaco. Possono inoltre essere utilizzate altre categorie di farmaci, come antiacidi, alginati e antagonisti dei recettori H2, oltre ad eventuali terapie di supporto quando necessario.
In alcuni casi, la terapia farmacologica per il reflusso può non essere sufficiente: i sintomi possono persistere nonostante il trattamento, oppure il paziente può non tollerare o non desiderare un’assunzione prolungata di farmaci. Inoltre, può essere presente un’ernia iatale significativa (ossia la risalita di una parte dello stomaco dall’addome al torace attraverso un’apertura del diaframma). In queste situazioni, può essere indicata la valutazione di una procedura endoscopica o chirurgica, che agisce direttamente sul meccanismo alla base del reflusso.
Terapia chirurgica per il reflusso: la plastica antireflusso laparoscopica
La fundoplicatio laparoscopica rappresenta il trattamento chirurgico di riferimento per la malattia da reflusso gastroesofageo che consente di correggere, nello stesso intervento, anche un’eventuale ernia iatale.
Si tratta di un intervento mininvasivo eseguito mediante piccoli accessi sull’addome. Il chirurgo ripristina la funzionalità della valvola esofago-gastrica malfunzionante avvolgendo il fondo dello stomaco, cioè la sua porzione superiore, attorno al tratto terminale dell’esofago, creando così una sorta di ‘manicotto’ con funzione antireflusso. I risultati sono generalmente duraturi nel tempo, con possibili effetti collaterali come gonfiore addominale o lievi difficoltà di deglutizione (disfagia) post-operatorie, che tendono nella maggior parte dei casi a migliorare progressivamente.
Terapia endoscopica per il reflusso: TIF con EsophyX®
In pazienti selezionati è possibile trattare il reflusso con la fundoplicatio transorale incisionless (TIF), eseguita per via endoscopica tramite il dispositivo monouso cosiddetto EsophyX®, che viene introdotto dalla bocca.
La procedura va a rinforzare l’area dove è presente la valvola antireflusso malfunzionante, ripiegando il fondo dello stomaco attorno all’esofago (di solito per circa 250–270°) e fissandolo con punti in materiale polimerico. Non vengono praticate incisioni cutanee. Non venendo effettuati tagli chirurgici, il recupero è solitamente più rapido rispetto alla chirurgia, e non vi sono disfagia e produzione di gas.
Chirurgia o terapia endoscopica per il reflusso: come scegliere?
La scelta tra fundoplicatio laparoscopica e transorale senza incisioni si basa su diversi fattori:
- la gravità del reflusso, nelle forme severe è indicata la chirurgia, mentre nelle lievi o moderate risulta adeguato l’approccio transorale senza incisioni;
- la presenza e dimensione dell’ernia iatale, un’ernia iatale importante richiede l’intervento chirurgico, mentre assenza di ernia o dimensioni ridotte della stessa consentono l’opzione transorale;
- la funzionalità motoria dell’esofago, ovverosia la capacità di spingere il cibo dalla bocca verso lo stomaco. Se questa è ridotta, la fundoplicatio laparoscopica può rendere più difficile il passaggio del cibo attraverso il “manicotto” creato con l’intervento. Essendo la procedura transorale (TIF) meno compressiva, è generalmente più tollerata, ma richiede comunque un’accurata e preliminare valutazione della funzionalità motoria esofagea;
- età e quadro clinico, pazienti anziani o con comorbidità possono beneficiare di un approccio meno invasivo, se compatibile con la gravità e i disagi della malattia.
La corretta diagnosi del reflusso per la scelta del trattamento
Per la scelta del trattamento sarebbe necessario un percorso diagnostico completo che può includere la visita specialistica, la gastroscopia, la pH-impedenziometria esofagea (esame che misura per 24 ore la quantità e il tipo, acido o non acido, di reflusso nell’esofago, indicata nei casi che non rispondono alla terapia standard; la pH-metria esofagea di lunga durata con capsula telemetrica (Bravo), esame che misura la reflussività acida per 3-4 giorni, indicato nei casi in cui il reflusso gastro-esofageo è sospettato, ma non documentabile con le metodiche standard, la manometria esofagea, esame che analizza la motilità esofagea, valutando forza e coordinazione delle contrazioni dell’esofago e il funzionamento dello sfintere esofageo inferiore.
L’importanza di curare il reflusso
Curare adeguatamente il reflusso è fondamentale per alleviare sintomi come bruciore, rigurgito e tosse cronica, e per prevenire possibili complicanze. Tra queste vi sono ulcerazioni o restringimenti dell’esofago, disturbi respiratori e problemi dentali legati all’erosione dello smalto, oltre ad altre condizioni associate. Un trattamento mirato consente inoltre, in molti casi, di ridurre la necessità di assumere farmaci per periodi prolungati.
L’esposizione cronica dell’esofago ai succhi acidi, soprattutto nelle forme più avanzate, può portare allo sviluppo dell’esofago di Barrett: una condizione in cui il rivestimento interno dell’organo si trasforma, passando da un epitelio squamoso a uno simile a quello intestinale. Questa alterazione comporta un aumento del rischio di evoluzione verso il tumore dell’esofago e rende necessari controlli periodici per monitorare la situazione e prevenire complicanze.
In presenza di displasia, è possibile trattare la mucosa dell’esofago di Barrett con tecniche endoscopiche, come la radiofrequenza o la crioterapia, che permettono di eliminare il tessuto alterato e ridurre significativamente il rischio di progressione verso il tumore.
Fonte : Gruppo San Donato Reflusso gastroesofageo: farmaci o chirurgia?




